AL SUMMIT DEL GIOIELLO ITALIANO DI AREZZO: LA REALTÀ, LE SFIDE, LE PROSPETTIVE.

Imprenditori, istituzioni e territorio a confronto

Roma, 5 Dicembre 2025 – In un Paese che vede i suoi giovani allontanarsi, come certifica la ricerca del CNEL pubblicata stamane dal Sole 24 Ore, e che ogni anno avverte il vuoto lasciato da chi parte perché lungo la penisola non riesce più a intravedere opportunità di crescita, si impone una riflessione che va oltre i numeri e tocca la sostanza stessa della nostra identità.
Sono dati — la fuga del 7% dei giovani e la perdita di un capitale umano pari al 7,5% del Pil nel triennio 2021-2024 — che risuonano con forza all’indomani del Summit del Gioiello, tenutosi ieri pomeriggio ad Arezzo, come un’eco che chiede risposte, come un monito che non consente ulteriori rinvii sulle domande fondamentali del futuro del Paese. Ed è proprio qui che la ricerca del CNEL assume un significato ancora più profondo, perché non deve restare confinata nelle pagine di un quotidiano ma diventare la cornice entro cui leggere ciò che è accaduto nel cuore del distretto orafo toscano, quasi che quei numeri, così duri e spigolosi, avessero trovato nel Summit il loro contrappunto umano, concreto, visionario.

Motivare i giovani
Le necessità indicate dal presidente del CNEL, Renato Brunetta — innovazione, ricerca, cultura del lavoro — si sono trasformate nel centro vivo del confronto tra imprenditori, istituzioni e territorio, facendo del Summit non un semplice appuntamento di settore ma un luogo in cui l’Italia prova davvero a immaginare le condizioni perché i giovani possano scegliere di restare, crescere, costruire qui il proprio domani. Brunetta lo ha ricordato con lucidità nelle parole riportate dal quotidiano economico, sottolineando che senza un ecosistema capace di valorizzare competenze e aspirazioni nessun Paese può trattenere i propri talenti e che la vera urgenza non è soltanto quantificare il numero di giovani che se ne vanno, ma capire perché non vedono più nel nostro Paese un terreno fertile in cui riconoscersi e crescere. Una consapevolezza che ha attraversato ogni parola e ogni gesto degli intervenuti al Summit, rendendo evidente che trattenere i giovani significa offrire loro un settore che non solo funziona ma ispira, non solo accoglie ma coinvolge, un settore che li renda parte di una storia collettiva che merita di continuare a essere scritta.

Un settore attento, reattivo, responsabile
Sotto la guida sensibile di Laura Biason, direttore del Club degli Orafi Italia, il Summit del Gioiello ha mostrato un settore che non si limita a reagire ma sceglie di pensare, progettare, costruire, un settore che unisce radici e visione, emozione e razionalità, consapevole che il futuro non lo si attende ma lo si crea, come ha ricordato il presidente di Italian Exhibition Group, Maurizio Ermeti, spiegando che ascoltare la filiera e tracciare nuove strade non è solo necessario, è urgente.
L’analisi geopolitica di Federico Fubini, vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, ha collocato tutto in un contesto più ampio, un mondo dove l’incertezza cresce e l’oro supera l’euro nella fiducia delle banche centrali, una fotografia che ha reso ancora più evidente come il settore orafo non possa fermarsi, perché proprio nei momenti complessi si misura la capacità di un comparto di trasformare la pressione in forza.
Ed è questo ciò che gli imprenditori hanno portato sul palco e oltre il palco: ciascuno con un frammento di verità e una visione che insieme hanno composto una narrazione potente, e in quella narrazione il filo conduttore è stato chiaro, la passione e il legame con il proprio territorio, un filo sottile e resistente che unisce chi fa impresa in Italia e racconta identità, responsabilità, appartenenza.

Il futuro sull’esperienza dal passato
Fabrizio Bernini, presidente di Zucchetti, ha parlato di innovazione non come moda ma come necessità, come responsabilità verso i giovani a cui dobbiamo consegnare strumenti moderni, linguaggi nuovi, competenze che aprano porte e non le chiudano, e nelle sue parole c’era la consapevolezza che tecnologia significa futuro, ma soprattutto significa possibilità.

Denise Vangelisti, Research & Development Fine and Fashion Jewellery, con la voce di chi vive il distretto orafo come un’identità prima ancora che un mestiere, ha ricordato che la bellezza è un’eredità da custodire ma anche un dovere da rinnovare, che il valore di un gioiello nasce dalle mani che lo creano ma ancora di più dal territorio che lo ispira, e la sua testimonianza ha restituito a tutti il senso profondo di cosa significhi appartenere a una comunità.

Formazione, competenze, coraggio
Massimo Poliero, CEO di Legor Group e presidente di Afemo, l’associazione che riunisce i produttori di macchinari per il settore, ha portato un messaggio di pragmatismo visionario, parlando di investimenti, sostenibilità e formazione come dei tre pilastri su cui costruire un comparto capace non soltanto di competere ma di guidare e ricordando a tutti che il futuro non si aspetta, si prepara ogni giorno, con scelte coerenti e con il coraggio di guardare oltre l’orizzonte.

E poi, nel momento in cui i riflettori si spengono e resta, lontano dalla scena, solo l’autenticità, Stefano Andreis, Presidente di Federpreziosi Confcommercio, ha sottolineato quanto sia indispensabile il confronto continuo, quanto serva credere nei giovani, quanto sia necessario nutrire le competenze e non darle mai per scontate, perché sono loro la promessa più preziosa, il domani che il settore deve saper valorizzare.
Così il Summit del Gioiello non è stato solo un appuntamento, è stato una dichiarazione di responsabilità, un segno che dimostra come esistano ancora mondi in cui i giovani possono trovare spazio, senso, futuro, e forse è proprio in questa unione di concretezza e passione, di visione e radici, che l’Italia può ancora ritrovare la forza di brillare. E i 1,500 giovani che si sono dati appuntamento al centro Fiere e Congressi di Arezzo per confrontarsi con gli imprenditori del distretto ne sono la prova più evidente.