Roma, 15 Gennaio 2026 – Ogni inizio anno, per il settore orafo, coincide con un momento di verifica. Il periodo natalizio, per il suo peso determinante sui risultati complessivi, diventa il banco di prova su cui si misurano aspettative, strategie e capacità di tenuta del mercato. Tradizionalmente questa valutazione si è spesso basata su sensazioni individuali, maturate dietro il banco, lucide ma inevitabilmente parziali. In un contesto economico e sociale sempre più complesso, questo approccio non è più sufficiente. Da qui la scelta di compiere un passo avanti: trasformare le impressioni in dati, le opinioni in una lettura strutturata e condivisa. Il sondaggio Federpreziosi nasce con questo obiettivo preciso. Non come esercizio statistico fine a sé stesso, ma come strumento di ascolto del mercato, capace di restituire una fotografia credibile del comparto orafo attraverso la voce diretta degli operatori. Le 524 risposte raccolte, trattate in forma anonima e aggregata, costituiscono una base informativa ampia e rappresentativa, pensata per offrire al settore un punto di riferimento comune fondato su evidenze concrete. Il campione riflette fedelmente la struttura del dettaglio orafo italiano. Gli operatori al dettaglio rappresentano la quasi totalità dei partecipanti (88,9%), a conferma del forte radicamento territoriale del comparto. Dal punto di vista geografico, la partecipazione è risultata più significativa al Sud e nelle Isole (43,9%), seguite dal Nord Italia (36,3%) e dal Centro (19,8%). Anche la dimensione delle imprese rispecchia il tessuto reale del settore: prevalgono nettamente le microimprese (69,15%), seguite dalle piccole imprese con 4–6 addetti (22%), mentre solo 18 attività dichiarano un numero di addetti superiore a dieci. È da questo contesto concreto, fatto di negozi, relazioni quotidiane con il cliente e margini sempre più compressi, che emergono i risultati del sondaggio. Alla richiesta di valutare complessivamente l’andamento del mese di dicembre rispetto all’anno precedente, il quadro che si delinea è articolato ma coerente. Solo una minoranza degli operatori segnala una crescita delle vendite (18%), nella maggior parte dei casi moderata (14,9%). Una quota rilevante indica una sostanziale stabilità (26,7%), mentre la percentuale di chi ha registrato una diminuzione supera nettamente quella di chi ha visto segnali positivi, con un 33,6% che parla di una flessione moderata e un ulteriore 21,8% che segnala una forte diminuzione delle vendite. Nel complesso, il Natale non ha rappresentato una spinta generalizzata per il settore: non si è assistito a un crollo, ma nemmeno a quella dinamica espansiva che in passato compensava le difficoltà degli altri mesi. Il confronto con le aspettative prenatalizie rafforza questa lettura. Per quasi la metà degli operatori il risultato è stato in linea con quanto previsto (45%), mentre per oltre un terzo il periodo natalizio si è rivelato inferiore alle attese (33,1%). Questo dato è particolarmente significativo perché racconta un settore che si è avvicinato alle festività con aspettative già prudenti e che, in molti casi, ha comunque dovuto ridimensionarle. Il Natale, quindi, non ha deluso per un andamento eccezionalmente negativo, ma perché non è riuscito a invertire un clima di cautela che appare ormai strutturale. L’analisi delle categorie merceologiche conferma ulteriormente questa tendenza. I gioielli in argento emergono come la tipologia che ha riscosso il maggior successo di vendita (42,7%), seguiti dai gioielli con pietre preziose (35,5%). Molto più limitato l’interesse per i gioielli con pietre sintetiche (6,5%), mentre l’orologeria continua a rappresentare una voce marginale, segnalata come rilevante da soli 28 punti vendita. Si tratta di una fotografia che parla di scelte ponderate, di un equilibrio costante tra desiderio e controllo della spesa. La clientela si conferma prevalentemente locale (87%), con una presenza di clientela internazionale residuale (2,3%). È un dato medio che non tiene conto delle specificità dei grandi centri urbani o delle località turistiche, ma che descrive bene la realtà della maggior parte dei punti vendita, fortemente legata al proprio bacino di prossimità. Uno degli elementi più rilevanti che emerge dal sondaggio riguarda il comportamento d’acquisto. Una quota significativa degli operatori rileva una maggiore attenzione al prezzo (32,8%) e, soprattutto, una tendenza verso acquisti più razionali e meno impulsivi (40,5%). Solo una minoranza segnala comportamenti sostanzialmente invariati rispetto al passato (15,6%), mentre una maggiore attenzione alla qualità del prodotto e al design viene evidenziata dall’11,1% del campione. Il consumatore che emerge da questi dati non è in difficoltà, ma appare più selettivo, prudente e consapevole: acquista meno frequentemente, ma attribuisce maggiore importanza al valore reale e simbolico del bene.





Il negozio fisico continua a rappresentare il perno centrale della vendita per la quasi totalità degli operatori (97,3%), ma il dato sui margini restituisce una realtà più complessa. Solo il 14,5% dichiara un aumento dei margini, mentre per il 42,4% risultano stabili e per il 43,1% in diminuzione. È qui che si manifesta con maggiore chiarezza la tensione del settore: le vendite tengono, ma con una redditività sempre più sotto pressione.
Questo scenario si riflette inevitabilmente nel clima di fiducia verso il futuro. Quasi il 40% degli operatori manifesta perplessità rispetto all’andamento del settore nei prossimi mesi, mentre il 22,5% si colloca in una posizione di neutralità e il 19,8% si dichiara abbastanza fiducioso. Una quota non trascurabile del campione (16,4%) si dice decisamente poco fiduciosa. Eppure, nonostante questo quadro, emerge un segnale di resilienza che merita attenzione: quasi sei operatori su dieci dichiarano l’intenzione di investire nel 2026 (circa 60%), seppur in modo selettivo per la maggioranza di essi (49,6%), mentre il 21,4% non prevede alcun investimento.






Gli ambiti verso cui si orientano questi investimenti sono distribuiti in modo equilibrato tra la scelta e l’ampliamento dell’offerta di prodotto, il marketing e la comunicazione, l’implementazione dei canali di vendita e dell’esperienza in-store. È un dato che rivela una consapevolezza diffusa: non esiste una leva unica su cui puntare, ma un insieme di fattori che devono essere presidiati con coerenza. Le principali preoccupazioni degli operatori restano ben definite. L’andamento dei prezzi delle materie prime rappresenta il timore più rilevante (81,7%), seguito dalla diminuzione del potere d’acquisto (56,5%) e dall’incertezza economica generale (47,7%). La concorrenza di altri settori è percepita come un rischio da quasi un terzo del campione (29,4%). Anche lo stato d’animo riflette questa complessità: il 40% degli operatori si dichiara fiducioso ma prudente, circa il 30% manifesta preoccupazione, una quota marginale si dice apertamente ottimista (2,7%), mentre 138 operatori adottano un atteggiamento attendista.
Il messaggio che emerge dal sondaggio è chiaro e difficilmente equivocabile. Il settore non si trova in una fase di crisi, ma non può contare su una spinta esterna capace di generare automaticamente crescita. I fondamentali tengono, ma non trainano. Per il dettaglio orafo questo significa assumersi una responsabilità diretta: lavorare sulla proposta commerciale, sulla comunicazione, sull’identità del punto vendita e sull’esperienza offerta al cliente. Il consumatore non è scomparso, ma oggi acquista solo quando riconosce valore, coerenza e motivazioni chiari.
Il quadro è stabile.
Ma la stabilità da sola non genera movimento. Ed è proprio questa consapevolezza il contributo più rilevante che il sondaggio fornisce al settore.




