COME LEGGERE IL MERCATO ORAFO TRA NUMERI, PERCEZIONI E NARRAZIONE

Roma, 22 Dicembre 2025 – Negli ultimi mesi il mercato sta mandando segnali contrastanti. Da un lato alcuni indicatori macroeconomici mostrano un rallentamento dell’inflazione, dall’altro la percezione diffusa tra gli operatori resta prudente, se non apertamente preoccupata. È dentro questa distanza tra numeri, aspettative e realtà quotidiana che si colloca il momento attuale del settore orafo.  Le vendite natalizie in gioielleria, ad oggi, non hanno fornito a livello generale il riscontro sperato in termini di volumi. È un dato che accomuna molti operatori e che alimenta una preoccupazione comprensibile, aggravata dall’aumento significativo dei costi delle materie prime: stamane l’oro torna sopra il livello dei 120 euro al grammo e l’argento a 1,91 euro al grammo, dalla pressione sui margini e da un contesto economico generale tutt’altro che semplice. Questa è la realtà con cui il settore si confronta quotidianamente. Ignorarla sarebbe miope. Allo stesso tempo, però, è proprio in fasi come questa che diventa centrale il modo in cui il comparto comunica sé stesso. Negli ultimi giorni il dibattito si è acceso in seguito a un articolo pubblicato su Il Messaggero lo scorso 19 dicembre, costruito a partire da un’intervista al direttore generale di Federpreziosi, Steven Tranquilli. L’articolo richiama un dato di crescita del +20%, riferito non ai volumi di vendita, ma al giro d’affari e al valore complessivo degli acquisti, in un contesto segnato dall’aumento del prezzo dell’oro e delle gemme. È qui che si innesta un equivoco che va chiarito. Parlare di crescita del valore non significa negare le difficoltà sulle quantità vendute. Significa leggere il mercato distinguendo correttamente tra volumi e fatturato. In una fase di forte incremento dei prezzi delle materie prime, una variazione positiva del giro d’affari non è una forzatura ottimistica, ma una conseguenza economica coerente con il contesto. Il problema, quindi, non è il dato in sé. Il problema è come il settore reagisce e come trasforma la propria preoccupazione in racconto pubblico. Una comunicazione dominata dal pessimismo, dal disincanto o dalla continua sottolineatura delle difficoltà — così come l’abitudine di evidenziare sui social l’aumento dei metalli accompagnandolo con toni allarmistici — rischia di produrre un effetto controproducente: allontanare il cliente e indebolire ulteriormente il posizionamento del gioiello. Il consumatore non entra in gioielleria per farsi carico delle tensioni del comparto, ma per trovare valore, significato e durata. Il gioiello continua a essere scelto non come risposta a una congiuntura, ma come gesto intenzionale, capace di tenere insieme componente economica ed emozionale, memoria e investimento. Anche in un contesto complesso, il gioiello non perde la propria centralità: cambia il modo in cui viene scelto. Meno impulso, più consapevolezza; meno ostentazione, più qualità. È una trasformazione che richiede attenzione, non allarmismo. Essere positivi nella comunicazione non significa negare le difficoltà, ma evitare che diventino il messaggio. Il settore ha il diritto di interrogarsi, analizzare le criticità e affrontare le difficoltà. Ma ha anche la responsabilità di non indebolire, con il proprio racconto, il valore di ciò che rappresenta. Perché i momenti complessi si attraversano. La fiducia nel valore del gioiello, se ben custodita, li attraversa con noi.

Immagine: IA