Roma, 19 Giugno 2026 – Nei giorni scorsi, intervenendo a Pitti Uomo, Giulio Felloni, presidente di Federazione Moda Italia- Confcommercio, ha ricordato come i negozi di prossimità rappresentino un presidio economico, sociale e culturale indispensabile per la vitalità delle nostre città. Difenderli, ha affermato, significa tutelare il “Sense of Italy”. Un’espressione che merita attenzione. Non solo perché richiama un patrimonio di valori profondamente italiani, ma perché invita a guardare il cambiamento da una prospettiva diversa da quella abituale. Quando si parla di commercio di vicinato, infatti, il racconto è quasi sempre lo stesso: negozi che chiudono, consumi che cambiano, commercio online che avanza. Una narrazione fondata su dati reali, ma che rischia di fermarsi alla superficie del fenomeno. Prendiamo il caso delle gioiellerie. Chiunque abbia memoria di una strada commerciale di qualche decennio fa non può non accorgersi di quanto il paesaggio urbano sia cambiato. Come le edicole, le cartolerie e i piccoli alimentari, anche le gioiellerie stanno progressivamente scomparendo. In Italia le chiusure superano ormai le sessanta attività al mese. Ma forse la domanda interessante non è perché le gioiellerie chiudano. La domanda è un’altra: cosa rappresentano davvero queste attività nel tessuto delle nostre città? Una gioielleria non vende beni essenziali. Nessuno entra in gioielleria per soddisfare un bisogno immediato. Vi entra per celebrare un momento. Una promessa, una nascita, un anniversario, un traguardo personale. Dietro ogni acquisto c’è una storia che va ben oltre il valore dell’oggetto. Per questo una gioielleria vive soprattutto di fiducia. Della fiducia riposta nel professionista che consiglia, nella competenza che garantisce autenticità e qualità, nel rapporto costruito nel tempo con una clientela che spesso attraversa generazioni. Ed è qui che emerge un apparente paradosso. Mentre il mondo corre verso la digitalizzazione, gli algoritmi e l’automazione delle relazioni commerciali, cresce contemporaneamente il valore di tutto ciò che non può essere replicato da una piattaforma: la credibilità, la competenza, l’ascolto, la relazione umana. In altre parole, proprio quelle caratteristiche che hanno sempre costituito il patrimonio distintivo delle gioiellerie. Per anni abbiamo considerato questi elementi come residui di un modello economico destinato a essere superato. Oggi scopriamo invece che potrebbero rappresentare una delle risorse più preziose dell’economia contemporanea. Da questo punto di vista, la progressiva scomparsa delle gioiellerie non è soltanto un problema di categoria. È il segnale di una contraddizione più profonda. Mentre il mercato globale cerca nuove forme di autenticità e personalizzazione, rischiamo di indebolire proprio quei luoghi che da sempre fondano il loro valore sulla relazione e sulla fiducia. Forse il vero significato del “Sense of Italy” evocato da Felloni è proprio questo. Un’espressione che non nasce per caso. “Sense of Italy”, espressione coniata da Mariano Bella, direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio che è diventata il titolo del suo libro, l’ha utilizzata il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, nella sua relazione all’Assemblea pubblica dell’11 giugno scorso, e la stessa presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, l’ha ripresa durante il suo intervento, sottolineandone la capacità di rappresentare efficacemente un tratto distintivo del nostro Paese. Perché il “Sense of Italy” non riguarda soltanto ciò che l’Italia produce. Riguarda il modo in cui costruisce relazioni, trasmette competenze, crea fiducia e genera appartenenza. È un patrimonio fatto di persone prima ancora che di imprese. Le gioiellerie, come molte altre attività di prossimità, sono una manifestazione concreta di questo patrimonio. Non rappresentano semplicemente una categoria commerciale, ma un modo di interpretare il rapporto tra economia e comunità. Per questo la sfida non è soltanto evitare che chiudano. È comprendere che il loro valore va ben oltre il fatturato che producono o le vetrine che occupano. In un mondo sempre più standardizzato, dove prodotti e servizi tendono ad assomigliarsi ovunque, il vero elemento distintivo diventa l’esperienza umana. E l’Italia, grazie alla sua cultura della prossimità, possiede in questo campo un vantaggio competitivo che troppo spesso dà per scontato. Il “Sense of Italy”, allora, non è una nostalgia da conservare sotto una campana di vetro. È una risorsa strategica da riconoscere e valorizzare. Perché ciò che oggi rischiamo di considerare un’eredità del passato potrebbe rivelarsi, in realtà, uno degli asset più moderni e competitivi del nostro futuro.
