LEGALITÀ E SICUREZZA: II RUOLO DEI NEGOZI COME PRESIDIO SOCIALE

Roma, 14 Maggio 2026 – I dati diffusi ieri da Confcommercio nel corso della giornata nazionale “Legalità, ci piace!” raccontano molto più di una semplice emergenza economica. Raccontano una trasformazione profonda del rapporto tra città, commercio e sicurezza. I 41 miliardi di euro che l’illegalità sottrae ogni anno alle imprese del commercio e  dei pubblici esercizi, insieme ai 284mila posti di lavoro regolari messi a rischio, non rappresentano soltanto il costo della criminalità diffusa. Sono il segnale di una fragilità urbana che avanza lentamente, spesso nell’indifferenza generale. Perché il dato forse più inquietante non è soltanto economico. È culturale. Quando quasi un imprenditore su tre percepisce un peggioramento delle condizioni di sicurezza, significa che nelle città italiane si sta modificando il rapporto stesso con lo spazio pubblico. Furti, vandalismi, aggressioni e rapine non vengono più vissuti come episodi straordinari, ma come parte di una normalità con cui convivere. Ed è qui che il commercio assume un significato che va ben oltre il mercato. Per decenni negozi, bar, mercati e attività di prossimità hanno rappresentato un presidio sociale spontaneo. Una strada con vetrine illuminate è una strada vissuta. Un quartiere con attività aperte è un quartiere attraversato, osservato, abitato. La sicurezza urbana nasce prima di tutto dalla presenza umana, dalla vitalità economica, dalla continuità delle relazioni quotidiane. Quando invece il commercio arretra, il vuoto non resta mai neutrale. La desertificazione commerciale che oggi colpisce molte aree urbane italiane non è soltanto una conseguenza dei cambiamenti economici o dell’e- commerce. È una questione civile. Le serrande abbassate impoveriscono lo spazio pubblico, riducono socialità e presidio naturale del territorio. E dove cresce la percezione di abbandono, inevitabilmente trovano spazio degrado e microcriminalità. Tra le categorie che più avvertono questa pressione crescente vi sono certamente le gioiellerie, diventate negli ultimi anni uno dei bersagli più esposti della criminalità predatoria. Non soltanto per il valore della merce custodita, ma perché rappresentano attività simboliche, spesso radicate nei centri storici e nel commercio di prossimità. Per molti gioiellieri la sicurezza non coincide più soltanto con la protezione del patrimonio, ma con la tutela delle persone. Titolari, dipendenti e clienti convivono sempre più frequentemente con il timore di rapine violente, furti organizzati e aggressioni. Le immagini di bussolotti blindati, sistemi avanzati di videosorveglianza, vigilanza privata e accessi controllati raccontano una trasformazione silenziosa ma profonda delle nostre città. E c’è un elemento che dovrebbe far riflettere più di ogni altro: quasi nove imprese su dieci hanno investito autonomamente in sistemi di sicurezza. È il segno di un sistema economico che prova a supplire da sé a una funzione pubblica percepita come insufficiente. Ma una società in cui la sicurezza diventa sempre più un costo privato è anche una società che rischia di ampliare le proprie disuguaglianze. Le grandi strutture riescono a sostenere investimenti importanti; le piccole attività molto meno. Eppure proprio il piccolo commercio diffuso continua a rappresentare uno degli elementi essenziali della qualità urbana del nostro Paese.
Le proposte avanzate da Confcommercio — maggiore presenza delle forze dell’ordine, pattugliamenti nelle aree commerciali, sostegno fiscale agli investimenti in sicurezza — indicano una direzione
obbligata. Ma il nodo vero è probabilmente più ampio: comprendere che sicurezza, commercio e vivibilità urbana appartengono allo stesso equilibrio fragile. Una città sicura non è semplicemente una città sorvegliata. È una città viva. Con negozi aperti, relazioni attive, strade frequentate e comunità presenti. È una città in cui lo spazio pubblico continua a essere percepito come luogo condiviso e non come territorio da attraversare con diffidenza. Il rischio più grande che emerge oggi non è soltanto l’aumento dei reati. È l’assuefazione collettiva all’idea che il degrado sia inevitabile. Che alcune aree debbano spegnersi. Che convivere con la paura sia ormai parte della normalità urbana.
Ed è proprio su questa rassegnazione silenziosa che l’illegalità costruisce, giorno dopo giorno, la propria forza.