L’ORO A 9 CARATI È “ORO BUONO”?

Roma, 26 Febbraio 2025 – L’attuale rialzo dell’oro è il risultato di una combinazione di fattori economici, geopolitici e monetari. Le prospettive a breve termine dipenderanno dalle mosse della Federal Reserve, dall’andamento del dollaro e dall’evoluzione delle tensioni internazionali, mentre nel medio periodo il prezzo del metallo prezioso potrebbe continuare a salire a causa della dedollarizzazione, dell’instabilità dei mercati emergenti e dei cambiamenti nel sistema finanziario globale.
Questo scenario di incertezza sta avendo un impatto significativo sul settore orafo, già messo a dura prova dall’aumento del costo delle materie prime e dell’energia, che nell’ultimo anno ha superato il 20%. Il rischio è quello di un rallentamento delle vendite retail, che stanno cercando con fatica di riprendersi.
Proprio in questo contesto, tra gli operatori del settore si è aperto un dibattito sulla possibilità di introdurre sul mercato italiano gioielli in oro 375/ooo, una caratura inferiore rispetto allo standard consolidato di 750/ooo. In alcuni Paesi, in particolare nel Nord Europa, il pubblico è già abituato a titoli più bassi, ma in Italia questa prospettiva solleva diverse perplessità.
Uno degli aspetti più critici riguarda la percezione del valore. Il consumatore italiano ha una cultura del gioiello profondamente radicata e associa l’oro a 750/ooo a qualità, prestigio e durata nel tempo. La vendita di prodotti con carature inferiori, se non adeguatamente comunicata, potrebbe essere vista come un abbassamento degli standard qualitativi, con il rischio di compromettere la fiducia del cliente. Senza un’adeguata informazione, chi acquista potrebbe addirittura sentirsi raggirato, pensando di aver preso una “sòla” come si dice a Roma, con un danno non solo economico, ma anche d’immagine per l’intero settore.
Oltre alla percezione del valore, bisogna considerare anche il fattore della rivendita. L’oro 750/ooo è da sempre percepito come un bene rifugio e conserva una buona appetibilità anche quando viene ceduto. Il 375/ooo, invece, potrebbe non godere della stessa richiesta, rischiando una svalutazione più rapida e una minore liquidità.
Un’altra questione riguarda le difficoltà tecniche nella lavorazione e nella manutenzione dei gioielli con una caratura più bassa. La minore quantità di oro puro e la maggiore presenza di altri metalli – come rame, argento o palladio – variabili a seconda della tonalità finale, rendono più complesse non solo la lavorazione per una maggior durezza ma anche operazioni come la saldatura, con il rischio di costi aggiuntivi in caso di riparazioni o modifiche. Inoltre, rispetto all’oro 750/ooo il 375/ooo è più soggetto a ossidazione e perdita di lucentezza nel tempo, specialmente se la lega contiene una percentuale elevata di rame o zinco. Anche l’aspetto estetico potrebbe risentirne: la tonalità del colore può risultare meno intensa e brillante, mentre l’ossidazione può scurire il metallo, incidendo negativamente sulla percezione della qualità del prodotto.
Dal punto di vista normativo, l’introduzione dell’oro a 375/ooo in Italia non presenta ostacoli, purché il titolo sia chiaramente indicato, come previsto dal Decreto Legislativo 251/99 e dal relativo regolamento DPR 150/2002 in materia di titoli e marchi di identificazione. Tuttavia, nella pratica, l’esposizione del titolo in vetrina, obbligatorio ai sensi della normativa vigente, viene spesso disatteso e la mancanza di una comunicazione chiara potrebbe generare confusione. In alcuni Paesi europei, come il Regno Unito dove l’oro a 9 carati è ampiamente accettato, le indicazioni delle carature sono sempre ben visibili e il cliente riceve un’informazione trasparente. Se il mercato italiano decidesse di percorrere questa strada, sarebbe necessario un cambiamento culturale per garantire al consumatore una scelta realmente consapevole.
A questo punto la domanda sorge spontanea: ha davvero senso puntare sull’oro a 375/ooo per il mercato italiano? Alcuni operatori suggeriscono che, anziché proporre un prodotto percepito come meno pregiato, si potrebbe dare maggiore spazio a materiali alternativi già ampiamente accettati, come l’argento o leghe innovative, con placcature in oro ad alto spessore, così da offrire prodotti accessibili senza compromettere la qualità percepita. L’argento, in particolare, rappresenta una scelta consolidata tra i consumatori italiani, grazie al suo buon rapporto qualità-prezzo e a una percezione di valore più chiara rispetto a un oro con titolo inferiore.
Il dibattito sull’introduzione dell’oro a 375/ooo in Italia è ancora aperto. Da un lato, l’aumento del costo delle materie prime e la necessità di rendere il gioiello più accessibile potrebbero spingere verso questa soluzione, come già accade in altri mercati europei. Dall’altro, le resistenze culturali, la percezione del valore e le difficoltà tecniche rappresentano ostacoli non trascurabili. Se il settore decidesse di percorrere questa strada, dovrebbe farlo con una strategia ben definita, puntando su una comunicazione chiara e dettagliata per evitare fraintendimenti e garantire la fiducia del consumatore. In un mercato sempre più competitivo, la vera sfida sarà trovare il giusto equilibrio tra accessibilità e qualità, senza compromettere la reputazione dell’industria orafa italiana. 
Al mercato, come sempre, l’ultima parola.