Roma, 11 Giugno 2026 – Ieri, nel corso dell’Assemblea pubblica di Confcommercio, alla presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente Carlo Sangalli ha aperto il suo intervento con una frase che ha immediatamente dato il senso della giornata: “La storia di Confcommercio è una storia di popolo perché è una storia diffusa in tutto il Paese”. E guardando l’Auditorium gremito in ogni ordine di posto, quelle parole non sono sembrate una formula celebrativa, ma la rappresentazione concreta di un’Italia fatta di imprese, lavoro, relazioni e territori. È il “Sense of Italy” richiamato da Sangalli e successivamente ripreso anche dalla stessa presidente Meloni, che ha affermato di voler far propria questa affermazione identitaria: quel patrimonio di competenze, identità, tradizioni e capacità imprenditoriale che rende uniche le nostre città, le botteghe, i laboratori, i centri storici e le produzioni che tutto il mondo ci riconosce. Non a caso, tra i temi che hanno attraversato l’Assemblea, uno dei più sentiti è stato quello legato alla legge delega sull’artigianato. “Stesso mercato, stesse regole”, ha sottolineato Sangalli, trovando sul punto la condivisione della presidente del Consiglio. Un richiamo chiaro alla necessità di garantire equilibrio competitivo e pari condizioni tra imprese che operano nello stesso mercato. Ed è proprio qui che emergono le maggiori preoccupazioni del comparto. Le criticità legate alla norma entrata in vigore lo scorso 7 aprile — emerse con forza anche durante la partecipata Assemblea di Federpreziosi alla vigilia dell’appuntamento confederale — stanno alimentando dubbi e incertezze in numerose attività. La nuova disciplina restringe infatti l’utilizzo dei riferimenti all’artigianato e all’artigianalità sulla base di criteri formali che rischiano di non rappresentare più la realtà produttiva di oggi. Il risultato è un evidente cortocircuito: da una parte si riconosce la necessità di modernizzare il settore, valorizzando creatività, progettazione, competenze tecnico-operative e nuove forme organizzative; dall’altra si continua però ad applicare uno schema normativo concepito quarant’anni fa. Una contraddizione che riguarda direttamente il mondo della gioielleria, dell’oreficeria al dettaglio e non solo e comparti di eccellenza come quello del Corallo e del Cammeo di Torre del Greco. Realtà che ogni giorno, nei propri laboratori, realizzano lavorazioni manuali autentiche, personalizzazioni, assemblaggi e produzioni dirette di alto valore artigianale, ma che rischiano di non poter raccontare correttamente ciò che fanno solo perché non rientrano in determinati parametri societari o perché l’attività di vendita risulta prevalente rispetto a quella produttiva. Il rischio è duplice: competitivo e culturale. Competitivo, perché si introducono disparità tra operatori che svolgono di fatto attività analoghe. Culturale, perché si finisce per negare la possibilità di descrivere in modo veritiero un sapere manifatturiero che appartiene alla storia economica e identitaria del Paese. La parola “artigianale” rischia di trasformarsi in una riserva per pochi, invece di continuare a rappresentare un patrimonio diffuso di competenze e qualità. Per questo motivo ci siamo attivati immediatamente presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy per chiedere chiarimenti sugli effetti applicativi della norma. Chiarimenti necessari, ma che da soli non bastano. Sono palliativi. Perché il punto vero non è soltanto interpretare una legge già operativa, ma avere il coraggio di aggiornarla alla realtà attuale. Le imprese sono cambiate e rappresentano un valore aggiunto che alimenta in ogni dove il ”Sense of Italy”. Sono cambiate le forme organizzative, i modelli produttivi, il rapporto tra manifattura, progettazione e vendita. E una normativa che vuole davvero tutelare il valore dell’artigianalità non può ignorare questa evoluzione. L’obiettivo non è creare scorciatoie o privilegi, ma costruire regole moderne, equilibrate e coerenti con il mercato reale. Regole capaci di tutelare le produzioni di eccellenza e quel “Sense of Italy” che ogni giorno prende forma nelle mani, nelle idee e nel lavoro delle nostre imprese.
Foto: Confcom


